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Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

chè la diritta via era smarrita

 

Ragusa, 25 maggio 2019 – Inizia così il primo canto dell’Inferno della grande opera di Dante Alighieri, la Divina Commedia, poema scritto in lingua volgare, universalmente riconosciuto come uno dei più grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi e studiato in tutto il mondo.

E proprio “L’Inferno di Dante” è lo spettacolo portato in scena in questi giorni, per la regia di Giovanni Anfuso, a Cava Gonfalone a Ragusa, una location naturalistica e allo stesso tempo ricca di storie del passato, per un totale di dieci repliche nell’arco di tre giorni.

Tra una replica e un’altra, è stato possibile fare una chiacchierata proprio con Dante Alighieri, ovvero Angelo D’Agosta, artista a 360 gradi, attore, regista e autore teatrale, diplomato nel 2011 alla Scuola d’Arte Drammatica del Teatro Stabile di Catania.

 

Per te cosa ha rappresentato interpretare Dante Alighieri?

“Chi sceglie di fare l’attore, prima o poi. accade di interpretare grandi figure che hanno in qualche modo lasciato il segno. Nel caso de “L’Inferno di Dante”, per me è stato un onore avere la possibilità di mettermi nei panni di Dante Alighieri, ritenuto il padre della lingua italiana”.

 

Trovi delle similitudini tra il tuo modo di essere e il protagonista della Divina Commedia?

“C’è da dire, innanzitutto, che questa grande opera è stata composta in un periodo in cui l’autore era timoroso del presente e soprattutto del futuro, ma allo stesso tempo curioso di conoscere, vivendo un momento di grande confusione. Penso che chiunque nella vita sia destinato a vivere tante emozioni, paura, felicità, timore, gioia. Io, come anche il personaggio che interpreto, mi sento curioso nel conoscere”.

 

Durante gli anni scolastici, avrai avuto modo di studiare la “Divina Commedia”. Qual è stato il tuo approccio?

“La Divina Commedia è un testo molto complesso. Dunque per un ragazzo di sedici anni può essere complicato capire fino in fondo il significato di alcuni versi. Io però riserbo un bel ricordo di quel periodo, in quanto con mio padre, che conosceva a memoria i versi, ci punzecchiavamo a suon di versi danteschi. Era un modo per ridere e scherzare insieme, ma anche per ricordarmi alcune parti che avrei dovuto portare l’indomani a scuola”.

 

L’Inferno di Dante è stato portato in scena nelle Gole dell’Alcantara la scorsa estate, nella chiesa di Santa Caterina a Noto, e adesso a Ragusa presso Cava Gonfalone. Come mai la scelta ricade in questi luoghi naturalistici piuttosto che in teatri veri?

“Gole dell’Alcantara, la chiesa di Santa Caterina e Cava Gonfalone sono tutti siti unici che rendono ancora più suggestivo lo spettacolo, e creano un legame ancora più forte tra letteratura, teatro e location, legame che ricerchiamo sempre quando ci approcciamo a questo tipo di rappresentazioni così importanti, imponenti e difficili. Inoltre c’è tanta voglia di riscoprire luoghi insoliti e poco conosciuti. E uno degli obiettivi è quello di unire la voglia di riscoprire con la voglia di cultura”.

 

Dell’Inferno dantesco, quali sono i versi che ti ispirano di più?

“Innanzitutto devo rivelare che tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, trovo più affascinante l’Inferno. Riguardo ai versi, trovo più ispirazione nei tre canti che abbiamo attenzionato nello spettacolo, ovvero i canti che riguardano Francesca, Ulisse e il Conte Ugolino”.

 

Ultima domanda e poi ti libero per l’altra replica. Se potessi descrivere questa esperienza teatrale e artistica con un aggettivo, quale sceglieresti?

“Infernale ovviamente” 

 

Lucia Nativo


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