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Covid-19: psicologia dell’emergenza o emergenza psicologica? Abbiamo intervistato la psicoterapeuta Maria Moschetto

 

Ragusa, 21 aprile 2020 – È ormai da diverse settimane che siamo chiamati a fronteggiare diversi interrogativi. Quotidianamente, avvolti in un turbinio di emozioni, siamo impegnati a riflettere sulla drammaticità degli eventi in cui si perdono affetti, si affievoliscono certezze, si alimentano paure. Paura del contatto con l’altro, paura del contagio. Non di rado ci sentiamo sopraffatti da quello che potremmo definire “contagio emotivo”. All’orizzonte si profila un nuovo stress e, non ultimo, l’instaurarsi di comportamenti non abituali. Parola d’ordine: evitare il contatto, lo stare insieme, ma anche lo stare vicini. Immersi in un sogno senza risveglio, sembriamo fantasmi di noi stessi in una città senza guscio, senza anima, dove in ogni istante si avverte, forte e chiara, la presenza inquietante della parola “rischio”. L’emergenza è sanitaria ma anche psicologica. Ma qual è la percezione del rischio, oggi in un momento così difficile? Abbiamo girato il quesito all’acese Maria Moschetto, psicologa e psicoterapeuta, master in psicologia oncologica e con maturata esperienza sul campo dell’assistenza psicologica ai terremotati (nell’ottobre 2009 ha fatto parte di un gruppo di volontari a sostegno della popolazione colpita dal sisma dell’Aquila e Camerino).

Maria Moschetto: «Negli ultimi anni la letteratura relativa alla percezione del rischio è cresciuta in un’area di confine fra diversi ambiti scientifici, dall’ingegneria alla medicina passando per la sociologia e psicologia. Restando nel tema della psicologia dell’emergenza, sul piano sociale, nello specifico, oggi, potrebbe risultare cruciale fare ad essa riferimento proprio nella gestione dell’emergenza sanitaria. E’ utile richiamare alla mente che, quando si verifica un disastro, sia esso di origine naturale o umana (terremoto o pandemia), la popolazione percepisce in modo oggettivo il rischio quando da potenziale diventa effettivo. Pertanto, gli individui tendono a prendere in considerazione la probabilità che si realizzi un disastro solo nel momento in cui questo si verifica. Infatti, quando la minaccia è ancora potenziale, o fisicamente lontana, non vi è sufficiente interesse da parte della popolazione (e non solo) ad impegnarsi in attività di previsione e prevenzione. Questo potrebbe aiutarci a leggere la reazione dei paesi occidentali all’indomani dell’annuncio del governo cinese del focolaio SARS-Covid.19 in Wuhan, nel gennaio scorso, a cui non seguì un’immediata attivazione della procedura di response in conformità al Regolamento sanitario internazionale (International Health Regulations, IHR, 2005) in caso di emergenza».

 

La gestione di un’emergenza risulta un fattore di protezione della collettività. In Italia c’è ormai una consolidata tradizione di protezione civile e piani di emergenza quando si verificano eventi sismici, anche di vasta portata, come è accaduto negli anni recenti. Possiamo, dunque, riconoscere che si è sviluppato un processo evolutivo ed adattivo in cui la comunità scientifica ha stabilito che cosa è sicuro e cosa non lo è. L’impatto del coronavirus cosa ha delineato?

In queste settimane si sta configurando una dinamica complessa nella gestione dell’emergenza che richiede un apparato specifico, una sorta di ‘contingente’ che si sta dotando di armi ad hoc, giorno per giorno, per tentativi ed errori, non potendo contare su una solida esperienza pregressa e con effetti di smarrimento sulla popolazione che alimentano angosce e senso di panico collettivo”.

 

Qual è la sua esperienza vissuta nelle tre vesti di donna, mamma e psicoterapeuta? 

Nelle mie tre ‘vesti’ di donna, mamma e psicoterapeuta, il primo tratto distintivo e peculiare nella gestione dell’attuale emergenza sanitaria, resa molto dolorosa sul piano emotivo, è la perdita del ‘contatto’, della relazionalità corporea, il rapporto con il corpo dell’Altro. Durante i miei interventi post sismici a l’Aquila o a Camerino, nei momenti di smarrimento, di sconforto, l’atto terapeutico più immediato ed efficace era l’holding di winnicottiana memoria, ovvero un intenso, prolungato abbraccio, o talvolta il semplice afferrare e tenere la mano. In buona sostanza, il con-tatto (che evoca il primo incontro di ciascuno di noi al momento della nascita con la mamma) che rivestiva un’essenziale funzione rassicurante, di sostegno, consolatoria. Tutto ciò adesso, come sappiamo, non è possibile praticarlo a garanzia di protezione, strumento di contrasto contro l’atavica paura dell’estinzione della specie.

 

Si lotta, dunque, contro un nemico comune e invisibile. C’è differenza rispetto ad un evento quale il terremoto? 

Il virus è invisibile, nonostante sia privo di organi locomotori, viaggia in tutto il mondo ‘facendosi dare un passaggio’ lungo i nostri canali, e l’angoscia si impone sulla paura proprio perché il nemico è un fantasma dal volto ignoto che non è esterno, come nel caso del sisma, ma potrebbe essere già dentro di noi. Oscilliamo fra la paura di essere contagiati e l’essere portatori del contagio. Ci si sente ‘in trappola”, in una sorta di sospensione dell’agire, così estranea alla nostra epoca moderna, iper-dinamica e performante. Per tale motivo il rifiuto e la trasgressione delle prescritte e corrette regole, anche se ferree, consente la riconquista di un illusorio senso di potere scegliere le azioni da fare.

 

In questi momenti difficili cosa intravede la terapeuta?

La terapeuta in questo contesto così mutevole, dove ciò che vale oggi può essere superato domani, legge nella sofferenza emotiva intravedendo l’emergere del bisogno di connessione quale alternativa salvifica all’angoscia pervasiva di dispersione. L’aumento delle videochiamate riflette proprio quest’esigenza nuova, restare in contatto con l’altro con l’immagine, non più solo con la voce. I social fino a ieri demonizzati, causa del ritiro autistico e perverso dai legami, stanno conquistando una funzione ‘sociale’ autentica, non più surrettizia. A fronte della rarefazione della relazionalità de visu, essi acquistano un valore di legame con l’altro da sé.

 

Alla domanda “quando finirà?” come risponde la terapeuta? 

Mi fa riflettere, e non poco, la domanda, sempre più frequente e che immagino dominerà le settimane a venire, ‘quando finirà?’ o ‘quanto durerà?’ che mi sembra stia segnando un passaggio da una fase persecutoria, paranoidea (come direbbe lo psicanalista Luigi Zoja) - che ci ha mosso a comportamenti irrazionali, quali svuotare scaffali e fuggire al proprio paese di origine quale luogo ‘sicuro’ - verso una fase depressiva la cui risposta potrebbe sollecitare un rinnovato senso di appartenenza e di solidarietà epocale.  

Giuseppe Nativo

Maria Moschetto  


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