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Marina e nuvole (ph. ©salvomic, Biancavela Press)

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Rubrica: Spigolando
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«Aùstu e riùstu, capu ‘i-mmjernu»… «Aùstu capu ’i-mmjernu e jinnàru capu ’i stati»…

 

Ragusa, 17 agosto 2021 — Tutti gli anni, tutte le estati, arrivato il Ferragosto, mi torna il ricordo delle parole di mio nonno, sempre vive e presenti, nonostante il mezzo secolo trascorso: aùstu capu ’i-mmiernu e jinnàru capu i stati. Facilissima la traduzione nella lingua degli italiani. Agosto inizio dell’inverno e gennaio inizio dell’estate.

A me bambino questa frase del nonno affascinava, intanto per la bellezza fonetica, poi per il significato che, nel cervello di un seienne aveva quella frase. Ovvero, mi chiedevo perché il nonno parlava di inverno nei giorni più caldi dell’anno e di estate quando il freddo tagliava le ossa, soprattutto della mia generazione ancora, seppure l’ultima, costretta coi calzoni corti anche durante le freddissime giornate dell’altopiano ragusano, vera e propria enclave climatica al centro del mediterraneo.

Da adulto, con sforzi notevoli, ho finalmente compreso. Mio nonno raccoglieva in quella frase l’intero, enorme, importantissimo sapere pratico della protostorica civiltà contadina iblea.

Perché vedete, se la traduzione letterale è «agosto inizio dell’inverno e gennaio inizio dell’estate», la traduzione letteraria significa molto di più. Significa infatti che all’apice dell’estate inizia l’inverno perché le giornate si accorciano e si allunga la notte, tanto quanto a gennaio avviene il contrario. Ma significa anche molto altro, altro legato alla vita degli uomini e delle loro comunità. Significa infatti, volendo disturbare la filosofia, seppure quella spicciola del popolo ibleo che da almeno quindicimila anni vive queste terre pietrose, che ad agosto viviamo il colmo della bella stagione e però non mancherà molto all’inizio della brutta.

Dobbiamo prepararci, perché se è vero che in queste settimane i lavori agricoli sono al minimo, e che si è appena ripreso con la raccolta delle carrube, è vero anche che subito dopo ci sarà da correre: la vendemmia, poi le olive, poi l’aratura e la semina e via così. E ancora più nel profondo significa che l’ibleo, abituato a combattere, sempre, contro la natura e contro il padrone, contro lo straniero e contro gli spiriti maligni deve tenere sempre in mente che la pace di agosto è illusoria, che anzi sta iniziando l’inverno, anche se per i prossimi due mesi potremo fare il bagno a mare.

La nemesi è nella seconda parte della frase: jinnàru capu ’i stati. Certo, a gennaio c’è freddissimo ma le giornate si allungano, creando nel vespero quel tepore che ci fa spontaneamente sorridere. Certo, ci saranno gelate e certi anni anche le nevicate, ma di fatto è iniziata l’estate, anche se i termosifoni sono ancora accesi. Ma è la vita che riprende, i primi germogli nelle piante caducifoglie che si erano spogliate a novembre, le macchie bianche dei fiori del mandorlo, l’attesa degli asparagi.

È, quella sintetica e musicale frase di mio nonno che è il nonno di tutti noi iblei, fondamentale per non perdere la speranza. Se anche ad agosto siamo spensierate cicale sotto il cielo pieno di stelle, non dobbiamo dimenticare le prossime difficoltà, certo. Ma ancora più importante ricordare che a gennaio, nel buio invernale, intravediamo la luce, e da formiche pazienti come siamo stati, adesso ci lanciamo verso l’estate, verso la bella e luminosa stagione per assaporarne i frutti gustosi, il calore sulla pelle e le lunghe serate a contemplare la Via Lattea. Quella che noi chiamiamo u juolu ri san-gnàpicu. Ma quella è un’altra storia.

 

Saro Distefano

Agosto


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