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Cimitero di Cremona (credits Wikimedia)

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Rubrica: Tradizioni

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Arriva con mestizia Brumaio con un sole che c’è e non c’è, portando nell’aria quell’indiscusso sapore autunnale che sa di calore e di casa. All’angolo della strada ‘u castagnaru che ai primi freddi, scoppiettando dal suo calderone, fa sprigionare un fumo denso e sapurusu nell’aria.

 «Silenzio intorno: solo, alle ventate, odi lontano, di foglie un cader fragile. È l’estate fredda, dei morti». Così parafrasava Pascoli. E come non ricordare quel giardino sempre fiorito dove con malinconia e rimpianto si incede lentamente, portando con sé immutabili ricordi. Tutti dobbiamo fare i conti con quella dimensione tanto temuta e disprezzata che è la morte.

Per il vero cristiano essa costituisce il raggiungimento della pace, perché questa vita pellegrina è tempo di attesa, per giungere nella dimora eterna del cielo. Mettiamola come si vuole, nessuno è mai preparato al trapasso definitivo ed è sempre un’atrocità immensa, un dolore impagabile che forse solo il passar del tempo può lenire la mancanza del compianto. Ognuno affronta l’elaborazione del lutto con rabbia, depressione, rifiuto, talvolta ahimè liberazione. Tanto o poco, questo è un tempo personale, un tempo sospeso nell’attesa di trovare un equilibrio interiore, dove l’autorità della morte trova paziente accettazione.          

In un passato ormai lontano, dove anche la memoria dei più vetusti forse è trapassata, si era soliti fare ‘u cònzulu che rendeva probabilmente più accettabile la perdita. Le famiglie, con annessi i vicini di casa, erano molto più numerose, ma sempre presenti a condividere gioie e amarezze cosicché, quannu ‘u mottu era in mezz'a casa, era un evento, un modo per ritrovarsi insieme e, tra una lacrima e una pepata chiacchiera, il parente più intimo, pensava a intrattenere gli ospiti con cibarie di ogni genere, per tentare di distrarre dal dolore.

 Il funerale poi era una cerimonia che coinvolgeva tutto una comunità. Più il morto era importante, più lo scampanellio delle campane della chiesa era insistente e si suonavano tre rintocchi per gli uomini, due per le donne e anche lì, per sottolineare la radicata differenza di genere. In ogni luogo e in ogni circostanza, il dolore cu l’avi su teni, senza tanti ma e senza tanti perché e senza tantu scrusciu.

Il dolore non si può dividere, rimane per sempre lì, a rodere, inspiegabilmente custodito e difficilmente va via, perpetuo nel tempo, a ricordare che, sempre e comunque, la vita incede lentamente nel suo declinare.

 

Gabriella Fortuna

 

Ragusa


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