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Cultura
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Prime ore pomeridiane di domenica 11 gennaio 1693. Il grande “tremuoto”, “malum sine rimedio”, colpisce con inaudita violenza Ragusa causando anche non poche “ruine” su un vasto territorio della Sicilia sud-orientale. Sulla piazza degli Archi, punto nevralgico e centro commerciale dell’antica città di Ragusa, dove si affaccia un cospicuo numero di botteghe artigianali, cadono rovinosamente massi, pezzi strutturali di edifici si staccano provocando la morte di numerose persone. Nello spazio di un “miserere” è l’apocalisse. Pochi istanti dopo l’evento tellurico, considerato dalla mentalità dell’epoca come un “gran castigu di Diu”, sgomento, paura e smarrimento si impadroniscono di quelle poche anime miracolosamente rimaste indenni. Urla strazianti, pianti e mugolii si odono provenire da ogni dove.

L’atmosfera surreale, annebbiata dalle macerie ancora fumanti, è spezzata da un grido “Iu nun pigliu nenti”. È la voce, chiara e netta, del “clerico Teodoro Spata” che, approfittando del parapiglia creatosi con la caduta di “diverse marambe”, pensa bene di introdursi furtivamente nella “potiga” di Giambattista Scrivano, orefice, attraverso un varco creatosi sul “muro della facciata di essa potiga unni ci era la porta”, provvedendo a “rubari” una buona “quantità di oro, argento, gioie, perni e stigli” e, arraffandola, la inseriva in un “paro di bertoli di cannavazzo”. Visto da tale Iacobus Galofaro, uno dei quattro testimoni chiave del successivo impianto accusatorio, il citato chierico, quasi non curante delle conseguenze di quell’atto criminoso, replicava, per l’appunto, “Iu nun pigliu nenti”. Ma il Teodoro Spata, già ben noto alle Autorità del tempo, è soggetto, in quanto chierico, alla giustizia ecclesiastica cui prontamente viene deferito. Tre anni dopo (Ragusa è già divisa in “vetera” e “nova”) il chierico è ancora a piede libero e lo Scrivano inoltra una “supplica” al Vescovo di Siracusa, mons. Asdrubale Termini, rappresentando che il “detto Spata fu carcerato con li ceppi alli piedi ma per mancanza delli carceri non potendo ben custodirlo discassò detti ceppi e se ne fuggì…” e lamentando che “non potè l’esponente proseguire la detta causa e prove del furto per causa di trovarsi esso Spata protetto da persone potenti e astrette al medesimo Vicario foraneo…”.

Piccoli frammenti di storia che emergono da vetusti carteggi rivenienti dall’Archivio storico parrocchiale dell’antica Chiesa Madre di San Giorgio in Ragusa-Ibla da qualche anno catalogati e pubblicati a cura di un affiatato gruppo di lavoro ibleo che nel 2007 ha dato alla stampa i pregevoli volumetti con la denominazione “Quaderni”.

Questo carteggio, al di là della precisata vicenda giudiziaria, assume particolare rilevanza non solo per i riferimenti urbanistici della Ragusa ante-terremoto, ma anche per i riferimenti alla situazione politica che si era venuta a creare dopo la divisione amministrativa della città avvenuta nel 1695. 

Giuseppe Nativo


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