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Ammagatrici, il libro di racconti  della brillante scrittrice siciliana Marinella Fiume sta riscuotendo grande successo nelle più rinomate librerie dell’isola.

Di Marinella Fiume conosciamo già altri libri di successo tra cui “Sicilia esoterica” e “La bolgia delle eretiche” presentato, quest’ultimo, alcuni anni fa anche a Marina di Ragusa. Di incontri surreali e magiche ne è piena la sua letteratura e qui in questo nuovo libro di racconti l’autrice va a stuzzicare perfino sirene, dee greche, sibille, streghe erboriste, castellane, ammaliatrici straniere e altre figure femminili dalle doti particolari. Tutte accomunate da un rapporto esclusivo con la Luna e tutte “reali e fantastiche o letterarie, trasfigurate da una penna ammaliatrice in ritratti indimenticabili”.

I luoghi in cui la scrittrice ha vivere queste donne vanno dal Museo di Morgantina, alla casa di Lucio Dalla alle falde dell’Etna, a Catania, Scicli, Noto, Acireale e Taormina. Indagare l’universo femminile e mettere la donna al centro dei sui racconti è una delle sue principali prerogative sia nella vita che nella letteratura. “Ammagatrici” è un libro composto da 11 racconti le cui fonti bibliografiche fanno capo sia a testimonianze orali che scritte dell’antica storia siciliana, ad Archivi di Stato italiani e stranieri, quali quelli spagnoli per esempio, in riferimento al secolo dell’Inquisizione, sia ad Antologie, a lettere autentiche, a carteggi inediti, a manoscritti, all’Archivio di Casa Cuseni di Taormina e da interviste.

Questa l’impalcatura in cui giostra a grande piacimento dell’autrice l’invenzione. E il suo raffinato nonché ammaliante linguaggio porta il lettore in un mondo onirico in cui a tratti si intravede la realtà.  Volendo incuriosire il lettore qui ci piacerebbe fare non tanto un testo critico di grandi disquisizioni letterarie ma bensì un piccolo assaggio dei tratti salienti del racconto. Il libro ha un inizio scoppiettante con due storie che vengono da molto lontano. Troviamo Sasà e la sirena Lighea, racconto che trae origine dagli scritti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in cui una semidea riesce ad ammaliare un umano e a portarselo via. E poi c’è Kore che festeggia una notte intera con Bacco all’interno del museo di Morgantina. Statue?, chissà perché  a leggere il racconto ci si dimentica che di carne ed ossa in loro c è poco; ora sono umani e la loro capacità di voler amare è reale. 

Della Sibilla Etnea, l’autrice ce ne parla nel terzo racconto, in cui la protagonista sembra essere una giovane donna che ricorda la tragica perdita della madre. Qui emergono le sue paure i suoi fantasmi e l’apparizione della Sibilla darà vita a qualcosa di magico. Due dialoghi che non dialogano. A volte sembra che le due donne non si ascoltano ma l’ammagatrice sta lavorando nel suo intento e i due dialoghi hanno degli obiettivi ben precisi. Scorrendo tra le pagine altre ammagatrici ci si presentato sotto diverse vesti, come quelle di Virdimura la ragazza ebrea che perde la sua verginità e una donna preposta a  riparare il danno attraverso pratiche mediche non proprio ortodosse.  Nel libro tra le figure accusate di possedere certi poteri non poteva mancare la strega di Scicli, Pina la Xifa alias PinaTrisòru, accusata ma ricercata da tutti. Lei parlava quasi biascicando parole e usava formule magiche che teneva solo per sé. Si raccontava che parlasse con i diavoli succubi quelli che custodiscono i tesori in attesa dell’Anticristo. In paese qualcuno si era arricchito grazie a lei, forse! Fu denunciata per delitti contro la fede e accusata da trenta testimoni, dieci uomini e venti donne, pera aver fatto diverse fatture. 

 Un inizio con parole dialettali per il racconto” Margherita, strega erborista”: “prima ri tràsiri nta stu funnu di carciri, tantu scuru e pinìatu ca l’arma s’assuttìgghia, la vita mia scorreva tranquilla…” Questo episodio ci riporta ai libri di Marinella Fiume , “Sicilia esoterica” e  “La bolgia delle eretiche” , i cui racconti sono animate di donne  che vennero considerate streghe dalla maggior parte dei loro concittadini e la cui vita si svolse nel periodo buio dell’Inquisizione quando per pochi sospetti queste poverette venivano bruciate vive. Terreno fertile per l’autrice che non ha smesso di ricercare nei suoi studi episodi realmente accaduti. Qui gli unici riferimenti storici sono quelli riguardante il processo conclusosi nel 1617. Il resto è d’invenzione dell’autrice. Margherita viene condotta in carcere a Palermo per il processo, lei che abituata a stare con le sue erbe per curare qualsiasi cosa, ora era li rinchiusa. “le erbe mia madre le precantava perché conservassero in ogni momento, sotto il sole o sotto la luna, il potere per cui erano state create.”..

 Sul muro della sua cella disegnava e appuntava ogni erba conosciuta quasi per non dimenticare. Ma nulla è perduto: all’improvviso ritrova nelle tasche del suo grembiule alcuni semi. “Ma, ad un tratto, mettendo le mani in tasca, sentii qualcosa di fresco e ruvido e, tiratili fuori con le punte delle dita, alla luce della luna vidi che erano tanti piccoli semi e minute capsule di varie erbe. Un sorriso comparve sul mio viso. Mi feci coraggio: Dio non aveva voluto…” Si potrebbe parlare tanto ancora di Thessa, l’inglesina , attratta dalla Sicilia, Acitrezza e della sua vita passata ai tempi dei Saraceni e dei Berberi. Dopo secoli e qui che ritroverà Lorenzo. E poi c’è anche una castellana infedele in una notte di mezza estate. Due secoli dopo la storia si ripete nel film de “Il padrino” con la morte di Apollonia . 

 E poi c’è un racconto, “L’assaggiatrice di Noto”, che è una delizia per i palati più esigenti. Pippinella , dalle fattezze poco dolci, è ammagatrice in cucina : grazie alle sue doti culinarie  spiana la strada al suo ricco matrimonio di rango. Qui l’autrice fa sfoggio del suo essere esteta della tavola, della casa. Qui c’è il suo un racconto centrato sul piacere visivo della presentazione dei piatti ed una lungo susseguirsi di piatti della tradizione culinaria siciliana.  I personaggi sono d’invenzione dell’autrice ma contengono stralci autentiche di lettere inviate dall’esilio di Malta dall’avvocato Matteo Raeli, capo del movimento rivoluzionario netino, alla figlia Giuseppina (Pippinella nel racconto) all’ora diciannovenne, fidanzata a Di Lorenzo dei Marchesi di Castelluccio.

 Il penultimo racconto parla di ammaliatrici a Taormina. Non sono semplici donne ma vere potenze ultraterrene. La cura draunara, ovvero la tromba d’acqua simile ad un drago, la cui coda è capace di grandi distruzioni si arrende al loro cospetto. I gesti sicuri, sotto la luna complice delle donne dei marinai, riescono a spezzare questa coda tramite il segno di una croce segnata davanti al mare con un coltellaccio e una vecchia litania: “Vi scongiuru, marinara….” Il drago veniva alla fine tenuto immobile per incantamento. E l’incantesimo è anch’esso donna o meglio femmina. Qui  l’autrice ci immette in una bellissima pagina de “il sogno di una cosa, quella che fece sognare Pasolini,  facendo dialogare tra loro alcune dive. Un racconto, “L’ultima viaggiatrice”, chiude il libro. Siamo ancora a Taormina, Dafne che guarda le colline di Motta Camastra dalla terrazza di Casa Cuseni.

Lei è l’ultima viaggiatrice, riferendoci ai tempi del Gran Tour, la straniera che ha preferito la Sicilia, terra dove un tempo, nel 1948, nacque il suo amore per Dinu, archeologo rumeno di grande fama mondiale ed è qui che lei morirà nel 2005. La descrizione attenta dell’autrice della sua casa museo, in cui Dafne ha ospitato personaggi famosi, pittori, attori, scrittori, drammaturghi e lei che da neuropsichiatra infantile si trasforma in locandiera. Un intreccio d’arte e d’amore dove appaiono perfino vecchi mafiosi e vecchi ricordi ed in cui “la magia” è ancora la grande protagonista. E la magia è donna.

 

Giovannella Galliano


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