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recensione di Annamaria Amitrano

 

È stato ampiamente sottolineato come la personalità di Domenico Pisana, sia a “a largo spettro”, e come, nella sua poesia, appaia il suo grande impegno spirituale, etico, e civile. Il fatto è che il poeta Pisana, senza nulla togliere alla sua scrittura lirico-emozionale, coglie il suo dover essere “lettore” del divenire che lo avvolge; offrendo il punto di vista del poeta sulla contemporaneità che lo coinvolge e lo induce, comunque, al commento.

Il perché lo si deduce da come egli interpreta la realtà da poeta morale costruendo con le sue idee non solo una visione poetica, ma un vero e proprio “romanzo” che, per dirla con Nietzsche, fa vedere “il bue che pascola nei prati della epoca”. In questo senso, egli affronta i grandi temi dell’esistenza calandoli nel contesto socio-culturale del presente; e, mentre, nel caleidoscopio dei suoi versi liberi entra ciò che continuamente accade, la forma poetica si segna di un’impronta etica che dà contenuto agli interrogativi che, da sempre, l’Uomo si pone quando riflette sulla sua finitezza e limitatezza al cospetto dell’Ente Supremo.

Va precisato, a questo punto, come in effetti a Domenico Pisana questo mondo di oggi decisamente non piaccia. Un messaggio che proprio il volume Tra naufragio e speranza rende esplicito in una prospettiva di drammatica consapevolezza. È così perché l’uomo moderno, con la sua precarietà, il suo individualismo, il suo potere narcisistico è stato capace di negare quella Luce che rendeva il nostro “il migliore dei mondi possibili”, costruendo i succedanei degli attributi originari di saggezza, giustizia e libertà:

«…La pochezza di un pensiero debole // maturato nell’ombra // pian piano ha tracciato i destini //. – Egli scrive –. Abbiamo lasciato alle spalle il viaggio // che credevamo illimitato // e ci siamo arresi alla spontanea caduta delle foglie // alla sventura portata nei nostri cuori // da una luce attraversata dall’inganno //». (p. 30)

Quindi l’idea fondativa è quella di uno smarrimento dovuto all’inganno della Ragione che, nell’illusione dei suoi lumi illuminanti, ha spinto l’uomo oltre il limite, facendogli perdere la diritta via e facendolo sprofondare in una notte che equivale al buio dell’intelligenza.

Piace sottolineare come nel volume Tra naufragio e speranza, chiave di lettura essenziale appaia, proprio, la sequenza luce - tenebra - Luce che dà corpo ad una precisa interpretazione. L’uomo sine astro (senza il Dio / Luce) è automaticamente sinistro, sventurato, tenebroso; imperfetto perché privo della sua Ragione Suprema. Uomo imperfetto, reso superbo dal suo sapere scientifico e tecnologico, che, però, nonostante i successi, si sta perdendo alla periferia del nulla. E che questa sia la strada per comprendere, in maniera adeguata, la poesia di Domenico Pisana, in specie in questa Silloge, lo si deduce dall’impostazione stessa del volume, praticamente diviso in parti di cui l’una è propedeutica all’altra, e ognuna dotata di una precisa indicazione che guida alla lettura e conduce alla risoluzione finale.

Orbene, se l’incipit è: «“la vita è una lunga battaglia nelle tenebre (Lucrezio)”; …sono qui ad osservare il naufragio // disvalori che emergono dai fondali dell’oceano // s’addensano all’orizzonte come nubi // la loro sirena ammalia ammaliando di morte» (p. 37), allora al poeta compete l’impegno di svelare il disinganno che deriva all’uomo dal credere che, grazie alle sue potenzialità in progress, tutto gli sia possibile; laddove “l’andare oltre” è, invece, solo un effimero balenio che non solo non lo illumina, ma non gli impedisce di cadere giù nel baratro; precipizio da cui può salvarsi solo riconoscendo e riscoprendo i valori dell’esistere.

Quali questi valori? Riprenderli non è stato facile, perché la negatività sembra essere, per Pisana, almeno in questa sezione, una condizione senza appello.          
Al presente, nel tempo del naufragio che tutti e lui stesso coinvolge, dominano noia, invidia, indifferenza, solitudine, risentimento. Senza sogni, insoddisfatto della sua stessa vita, l’uomo di oggi appare frustato, ansioso, prigioniero di quelle che Braudillard definisce simulacri ed imposture «… volti di uomini uguali e contrari // carne e sangue che brucia nelle vene // conoscibili inconoscibili ascoltatori di sé stessi» (p. 38); «… vuoto riempito di nulla // surrogato dal bisogno di esserci”(p.39); “… si è perduta nell’oceano la lampada che accende // sentimenti di cristallo, nessuno è disponibile a tuffarsi // per riportarla a riva» (p. 41); sicché nel generale annichilimento, anche il poeta teme di non farcela, chiuso nella percezione della sua fragilità, della sua contrarietà, della sua estraneità: «… Non c’è più distanza tra me e i naufraghi» (p. 33) – scrive Pisana –.

Ma come sempre accade a quei poeti che da un “di dentro” conosciuto fanno emergere nuova forza per ribadire pensieri in realtà già pensati, Egli, il poeta morale, sa che non può chiudersi nella sua stanca singolarità. Allora il pensiero rugge verso l’immensità, la natura, l’eunomia del Creato, l’energia divina che permea uomini e cose. La ricerca di verità che redime, permette a lui, uomo, di toccare l’alba, dopo aver percorso i sentieri della notte:

«Ed ora sogniamo l’aurora. Abbiamo ricominciato a sperare // Il sole sembra ricercare i segnali di attesa //. – Egli scrive -. Sorge in me una nuova inquietudine // e vedo dalla mia finestra // un possibile ritorno del senso smarrito» (p. 53).        
«… Sotto le ali di una continua speranza // guardiamo ora il Volto che dà senso ai volti … Il desiderio dell’Altro è riesploso // e nuovo senso ci conduce nel silenzio // … è iniziato l’esodo da noi stessi // tra filamenti di una nuova ragione // Cerco mani da stringere // e volti con l’alterità disegnate negli occhi» (p.54).

Va detto che, qui, Pisana davvero “redento” dalla forza del suo Spirito, sembra fare eco al Profeta e all’Aurora foriera di una nuova Luce, in grado di trovare un suo brillio nonostante le tenebre. Il che avverrà – come è stato detto – non per persuasione della parola, né per sapienza, ma solo per fede, riconoscendo nelle manifestazioni dello Spirito, la potenza di Dio.

Quindi, dopo il Kaos, il Logos; sicché la ricerca dell’infinito, senza fine, deve trovare una modalità altra di esplicitarsi rispetto a quella della falsa eccellenza della Ragione. La vera conoscenza si permea di un senso di Amore, che nasce dall’Umanità del Dio/Uomo che è principalmente condivisione e misericordia; qualità che se perseguite nel quotidiano vivere richiamano l’uomo al suo essere sacralmente “sale della terra e luce del mondo”.

E va detto, poi, che, in questo Amore che riposa l’anima, Pisana risolve, anche, il suo patire di uomo che ha saputo sublimare la sua terrestrità ingannevole:

«E quando l’effimero si tinge d’eterno // nell’abbaglio di calori smaglianti // la gioia si fa inganno consapevole // consumata nell’orgia di notti prive di luna // Come vorrei denudare il volto // di questo ladro di menti // per suonargli la cetra del Padre che restituisce alla Gioia.» (p. 55)

Da qui, dunque, la forza per allontanare il buio e ritornare a sperare nella propria deità: «La speranza è una virtù, una determinazione eroica dell’anima. La più alta forma di speranza – egli scrive - è la disperazione vinta.  (G. Bernanos)» (p. 66).

Il dono della fede è vissuto dal poeta nel suo senso originario di uno scambio; sicché questa relazione tra Dio e l’uomo si può estrinsecare “naturalmente” nel privilegio del credere: «…Voglio essere granellino che cresce nel silenzio // parte nascosta di un clivo privo d’acqua //   albero spoglio // che tu possa riempire di frutti…» (p. 68). «… Il desiderio di pace è fiamma che consuma // pane che sfama bocche prive di libertà // acqua che disseta deserti di malinconia // olio che unge ferità di giustizia // si posi la colomba // sulla pietra sepolcrale di ogni cuore!» (p. 69).

Ad incrociare la stella della speranza è stato, per primo, il “folle” il quale cela, con il riso, lo smarrimento del non possedere “i lumi della ragione”. Il fatto è che Pisana, nella trama colta dei suoi riferimenti coglie nell’elogio della follia quella condizione cara ad Erasmo, di un’innocente stoltizia utile a recuperare il significato originale dell’Umanesimo cristiano come totale affidamento al divino: «… Come le rondini che si librano nell’aria // cercano la gioia // che ha il sapore di libertà ritrovate // Proprio così sulla terra ritornata a risplendere // il folle dagli occhi lucidi e illuminati // guardava al cielo in cerca di una stella di speranza» (p. 71). «… Il folle ritrovò la Ragione // per abbattere le ragioni // degli idoli incalzanti, con slancio cristallino // volto raggiante, mani speranzose // come un ruscello d’acque limpide» (p. 72).

Ormai in conclusione, il poeta Pisana in questa ultima parte della Silloge dedica la sua vis poetica a sé stesso paragonandosi a quanti, discesi agli inferi, hanno avuto la possibilità e la volontà di trasformare la catabasi in anabasi; sicché l’Itaca vagheggiata come approdo al tempo del temuto naufragio si è potuta trasformare, anche per lui, in un porto sicuro.

Ma il poeta non può essere né un vate, né un sacerdote. La poesia deve ricordare all’uomo terreno che il dono della grazia è una conquista da perseguire; e che il difficile tentativo di lambire la “Perfezione” si ottiene solo se si riesce ad allontanare da sé le iniquità e le inclinazioni stolte ed empie. Quindi sia le immagini evocate, sia il linguaggio poetico assecondano questa pace ritrovata.

L’uomo, lasciata la vanità di misurarsi in sapienza e creatività con l’Eterno con umiltà, riporta a lui il proprio bisogno di salvezza: «… Il Verbo ci sveste della nostra onnipotenza // il sole illumina l’imperfezione dei pensieri // si fa strada il canto dell’amore» (p. 94).

Contro l’indifferenza, l’ira, l’insipienza, il dolore e l’odio che albergano in questo nostro tempo lacerato da molteplici malie; tempo in cui il Dio piange per la confusione dei suoi figli, l’unico antidoto può essere solo il ritorno al Padre: ricerca di Amore, di reciprocità, di alterità; qualità vissute come misura del proprio essere Uomo, capace di convertire la profanità in sacralità, facendo proprio quell’itinerarium mentis in deum che è univoca direzione per riportare l’Uomo, nella gloria dei cieli, a riveder le stelle.

 

Annamaria Amitrano (già docente ordinario di Etnostoria e Antropologia dell’Educazione nell’Università degli studi di Palermo)

 


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