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Ragusa e dintorni
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Ragusa, 25 maggio 2021 — Finalmente in zona gialla: potrò andare a mangiare al ristorante. Pazienza, al momento solo in un tavolo apparecchiato fuori. Sono le regole, baby.

E io rispetto le regole (confesso: durante la fase arancione non avrei dovuto uscire dal Comune di Ragusa se non per motivi di stretta necessità, e invece sono andato un paio di volte a Casuzze, territorio di Santa Croce Camerina, per innaffiare le piante che comunque erano già morte da tempo).

Però andare a mangiare al ristorante, rispettando tutte le regole dettate dall’emergenza sanitaria oltre a quelle dettate dal “vivere civile”, lo ritengo un atto giusto e dovuto. E non solo per il piacere che rappresenta tornare ad un minimo di convivialità. Ma anche se non soprattutto per dare una mano, per quanto io possa, alla categoria che insieme agli artisti ha sofferto più di ogni altra la pandemia e il conseguente lockdown, totale o parziale.

Quindi ristorante sia. Tra l’altro, vivendo nel capoluogo ibleo, non mancano le mille e mille alternative. Andrò in uno dei tre o quattro – tra Ragusa superiore e Ibla - che frequentavo prima che da Wuhan partisse l’invisibile nemico dell’umanità. E dovessi avere voglia di guidare potrei scegliere anche una trattoria di Modica o un ristorante all’ombra di San Matteo in quel di Scicli, per non dire che lungo la costa la ampia varietà di scelta mette addirittura in difficoltà.

Però starò molto attento al menù. Non sarà un problema di soldi – ché venti euro quattro volte l’anno possono anche spenderli – e nemmeno di gusti (sono un pecoraio dell’altopiano ibleo e mi adatto a tutto), quanto di etica.

L’ho sparata grossa, vero? Si. Ma fino a un certo punto.

Intendo dire che in quei ristoranti ragusani dove andavo prima della pandemia e dove intendo tornare adesso, negli ultimi anni al momento dell’ordinazione si presentava un cameriere (quando non il titolare, se al tavolo con me sedeva qualche pezzo grosso) che con fare molto professionale (benedetti istituti alberghieri) ti sparava addosso una quantità enorme, secondo me eccessiva, di portate e annesse varianti. Non era esente da questa mania di grandezza il cibo più buono e semplice mai inventato da mente umana: la pizza. Tra grani antichi e lieviti alieni, vegetables e pesci, in una celebre pizzeria di Scicli un giovane cameriere dalla notevole presenza e professionalità quasi si offese quando, dopo aver elencato trenta tipi di pizza, combinabili con almeno una dozzina di farine speciali, io dissi: «una margherita con la farina ro mulinu rô mò nannu».

 

Saro Distefano


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