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Un'analisi dell'opera del poeta ragusano Vann'Antò (Giovanni Di Giacomo). Il futurismo e un'anima pacifista...

di Federico Guastella

 

Futurista di breve corso Giovanni Antonio Di Giacomo (Ragusa 1891 – Messina 1960), che si faceva chiamare Vann’Antò come ad evocare il suono delle campane proveniente alla sua abitazione dalla chiesa di San Giovanni Battista.

Diamo appena un accenno della sua vita. Picconiere il padre nella dura realtà delle miniere di asfalto ragusane, e anche i suoi sei fratelli di cui egli fu l’ultimo. La madre lavorava al telaio. Compie al Liceo-ginnasio di Siracusa gli studi classici e, iscrittosi alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania, il 7 dicembre 1914 consegue la laurea con la tesi sul “verso libero”: relatore il prof. Paolo Savj Lopez, filologo. È già questo un evento nodale dell’itinerario futurista consolidatosi nel sodalizio con il compaesano Luciano Nicastro, di lui più giovane di quattro anni, e nella frequentazione a Messina di Guglielmo Jannelli. Del primo è noto il saggio “La nostra salvezza. Lettere di guerra 1915-1918” (Vallecchi, Firenze 1918), pervaso dal clima di guerra che allora si respirava. Degna di nota la fondazione a Ragusa di una rivista innovativa: “La Balza”, sottotitolata “Quindicinale futurista”: periodico apparso il 10 aprile 1915 che, sin dal primo numero intitolato “Collaborazione”, manifestava una volontà “antipassatista”.

La Salaris l’ha definito “la più importante vetrina isolana del futurismo”. E certamente fu una voce di rottura dei vecchi schemi connotati da inerzia, sonnolenza, rassegnazione; un mezzo culturale con l’intento di liberare l’ambiente dalle asfittiche presenze del conservatorismo. Un gruppo di giovani si proponeva così di svegliarlo: “Siamo un giornale di giovani, un giornale di svegliati e di rompiscatole, che soffrono d’insonnia e gli altri non sopportano che dormono, e gli altri vogliono fare svegliare tutti a lavorare, …”.

Agli intenti programmatici non era estraneo il bisogno di dare al popolo un’educazione politica, indispensabile alla gestione municipale nel momento in cui l’Amministrazione comunale veniva imbrigliata dai “migliorisiani” quando l’avv. Giuseppe De Stefano Paternò, promotore dei “Fasci dei Lavoratori” nel 1892-93 e leader dei socialisti, manifestava segni di stanchezza. Alla sferzata politica Vann’antò preferiva la produzione letteraria, presentandosi, ha scritto Giovanna Finocchiaro Chimirri: «come allievo fedele, perfettamente aderente alla poetica marinettiana». Si colgono nei suoi versi, accanto alla libera ortografia, segni matematici, l’onomatopea, il doppio sostantivo, il verbo all’infinito, frasi spezzate. Uscito il 14 marzo, il quarto numero annunziava con parole dure il mutamento della rivista e il suo trasferimento in aree più proficue: «Col 5° numero “La Balza” non sarà più locale ragusana; ma la nuova grande rivista di avanguardia siciliana, lirica artistica filosofica (politica, critica), la rivista di pensiero e di arte pura che la Sicilia non ha avuto mai, la voce nuova audace moderna viva del triangolo ardente».

Il 10 aprile, il quindicinale “La Balza futurista” usciva a Messina con scritti anche di Marinetti. E stavolta la diffusione fu più ampia, raggiungendo con successo altre regioni, coinvolgendo i nomi più autorevoli dell’avanguardia (alcuni nomi: Folgore, Jannelli, Mazza, Prampolini, Pradella, Govoni, Balla coi suoi disegni). Il coinvolgimento di Vann’Antò nelle nuove strategie formali sicuramente fu convinto fu l’adesione, pur con molti dubbi e con una buona dose di ironia sul mito della macchina, ove si consideri la sua tavola parolibera “Automobile + asina” sottotitolata “Naturamoria cinematografica”, in cui evidenziava il contrasto tra i due animali: quello meccanico che resta in panne e viene trainato dall’altro, il vero (in “La balza futurista”, a. ɪ, n. 3 Messina, 12 maggio 1915).

Il sogno modernista cominciava lentamente a svanire e già si avvertiva in lui il forte legame con la società contadina. L’esperienza di Vann’Antò si fa più complessa quando il Paese si muove verso l’avventura del primo conflitto mondiale. Nel 1916 da Ragusa raggiunge il fronte come ufficiale volontario e viene a trovarsi a contatto con una realtà distruttiva, certamente diversa dalle aspettative di tanti intellettuali dell’epoca. Mandato nell’autunno del 1917 in convalescenza all’ospedale militare di Siracusa per essere stato ferito sull’altopiano della Bainsizza, compone in francese un breve diario: “Tablettes”, dove è chiara la svolta che l’allontana dall’esaltazione della guerra, nonché la visione di una poetica di matrice demotica. Egli si trova più a suo agio, manifestando nella vita di trincea sentimenti di appartenenza e di partecipazione alla sua terra: legato al passato si ritaglia uno spazio immaginario per recuperare, tra gli affetti familiari, la memoria dell’infanzia e dell’adolescenza, segnata dalla geografia del territorio ragusano, attraversata dal vento africano e cosparsa dai segni della civiltà della pietra.

La genesi delle nuove composizioni poetiche è quasi sempre la stessa: dinanzi alla cruda realtà sociale, da lui conosciuta bene per le origini popolari, si inabissa in uno scenario onirico di echi, di lontani richiami, di affettività lariche. Sicché, tra le esperienze passate, quelle del microcosmo, e le altre recenti della guerra, egli accumula argomenti che si rivelano nella raccolta “Il fante alto da terra” (Messina, 1932). Non sono assenti i motivi tipici della cultura interventistica, tra cui un atteggiamento paternalistico nel rapporto con i fanti, l’esaltazione etica della patria, della bandiera nella speranza della vittoria, anche se il poeta non tace dei disagi e dei rischi del fronte: solitudine, spaesamento, stanchezza e anche i soprusi compiuti dai generali con il loro comportamento grottesco, in aperto contrasto con un ambiente di sofferenza e di morte. Deboli, oltre ai fanti, erano i contadini e i minatori della sua terra: questi ultimi potevano vedere il sole soltanto la domenica, mentre i primi portavano il peso dello sfruttamento agrario. Ne è un esempio “Voluntas tua” (Roma 1926), dove si coglie la sofferenza fisica del lavoro, ancorché situata in un contesto astorico: la bellezza suggestiva della natura in simbiosi con l’impegno morale del sacrificio. Dinanzi al suo antagonista il “massaru” -, il contadino bracciante, pur nella rassegnata impotenza, trova nel rito propiziatorio all’Onnipotente la forza della speranza per un rapporto che garantisse protezione e benevolenza. Dopo aver faticato tutto il santo giorno, si rivolge tranquillamente al padreterno e s’inginocchia davanti alle icone senza mettere in discussione l’autorità sociale, senza interrogarsi sulla condizione subalterna, pur riconoscendo nel ‘massaru’ il cattivo padrone.

Sarebbe riduttivo affidare Vann’Antò esclusivamente agli umori della vita paesana e affettiva senza accennare al senso nascosto della sua poetica che, pur avendo evidenti influssi pascoliani, è connotata dagli apporti del simbolismo francese a cui si accostò come traduttore e interprete. Amore e morte, luce e tenebre sono le costanti della sua mappa psichica: «Trasiemu dunqui, ni la notti oscura / ognuno ccù e so stigghi e la lanterna»: l’imboccatura della miniera, associata alla bocca di un drago, segna l’amara discesa agli inferi, il distacco dalla vita che si conclude nel silenzio del nulla. Eppure, il sentimento genuino dell’amore (per la madre, per la donna amata, per la terra che l’ha generato) l’allontana dalla visione cupa, simbolizzata dalla realtà della miniera e dalla trincea. “U Vascidduzzu” (Messina 1956) restituisce infine una fisionomia altra della sua vicenda poetico-esistenziale in cui si trova l’anelito della pace.

Nella poesia “Si vis pacem” si pone con evidenza la presa di coscienza della tragedia atomica: ora la guerra non è più un dovere, ma conduce all’immane catastrofe che segna la fine dell’umanità, dei sogni, della poesia, dell’amore. Mi piace ricordare “La cartullina”, componimento la cui musicalità è timbrata dal ricorso dell’anafora: esprime l’angoscia di una madre quando si vede recapitare la cartolina di richiamo per il figlio morto il quale non può morire un’altra volta: «Cci mannarru e la cartullina / a n-surdatu muortu. // A n-surdatu muortu cci mannarru la cartulina! // La cartullina e di riciamu / quannu hâ-ssiri c’hâssiri guerra: /  quannu hâ-ssiri c’hâssiri guerra, / tutti pronti a lu riciamu… // La matruzza e finìu ri ciànciri / ppi lu figghiu c’avia muortu: / La matruzza e finìu ri ciànciri».

Volendo pensare a una sintesi, si potrebbe dire che Vann’Antò, radicatosi inizialmente nell’esperienza futurista, rimane il cantore raffinato di un patrimonio umano e paesaggistico coi segni stilistici fra i più moderni. Rielaborando il proprio patrimonio endogeno, lo traduceva in un esito poetico tra i più suggestivi del Novecento. È l’intellettuale-poeta tra lingua colta e dialetto che esprime bonariamente la composita materia della sua terra iblea. Da qui l’allontanamento dalla storicità degli eventi per inoltrarsi lungo il sentiero del sogno e degli affetti, di usi e costumi, di luoghi e persone al fine di esorcizzare conflitti e tensioni.

 

Federico Guastella

 

 

Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

Paul Valéry

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