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  • Argomento: Letteratura

Da Firenze, appena trentenne, Giovanni Verga giunge a Milano alla fine di Novembre del 1872. Aveva già una coscienza di scrittore con una produzione avviata su due versanti: la fase risorgimentale (I carbonari della montagna, 1861-62; Sulle lagune, 1863) e quella sentimentale (Una peccatrice, 1866).

Era stato già raggiunto dal successo con Storia di una capinera (1871), ed ora coltivava il proposito di sviluppare la sua attività letteraria in un ambiente metropolitano ricco di fermenti innovativi. Con diversi e lunghi ritorni a Catania, vi si fermerà fino al 1893. Fervida d’immaginazione la scrittura di Vincenzo Consolo che gli consente questa mirabile descrizione:

 

«La nebbia gravava sulla città cancellando le guglie del Duomo, le cime imbandierate delle impalcature della Galleria, la cella campanaria di S. Ambrogio, la cupola di S. Maria delle Grazie, la sestiga sopra l’Arco della Pace; s’addensava tra gli ippocastani ed i tigli del Parco, e dai Giardini, scivolava le acque dei Navigli. Era una giornata di novembre del 1872, una di quelle giornate milanesi d’autunno in cui chi approda in città per la prima volta, chi approda dal Sud rimane meravigliato – guardando in alto – che il sole velato e docile possa essere fissato ad occhio nudo al pari di una rossastra luna notturna».

 

È un salto di qualità rispetto all’ambiente fiorentino. Anche rispetto all’ambiente siciliano feudale e dei poveri pescatori di Acitrezza. Così preso dall’entusiasmo della nuova avventura vuole convincere Luigi Capuana, profondamente chiuso nella nativa Mineo, a trasferirvisi. Nella lettera del 5 aprile 1873 gli scriveva: «Chissà che parlandoti io della bella Milano non riesca a crearti nella mente cotesta atmosfera di sogni che ti occorre per farci schiudere quelli che ti fermentano da tempo nell’anima? Sì, Milano è proprio bella, amico mio, e credimi che qualche volta c’è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle seduzioni, e restare al lavoro»[1].

L’anno successivo, il 13 marzo, tornava sullo stesso argomento, facendo leva sul magma creativo che il soggiorno milanese avrebbe potuto offrirgli: «Io immagino te, venuto improvvisamente dalla quiete tranquilla della nostra Sicilia, te artista, poeta, matto, impressionabile, nervoso come me, a sentirti penetrare da tutta questa febbre violenta di vita in tutte le sue più ardenti manifestazioni, l’amore, l’arte, la soddisfazione del cuore, le misteriose ebbrezze del lavoro, pioverti da tutte le parti, dall’attività degli altri, dalla pubblicità qualche volta clamorosa, pettegola, ironica, dagli occhi delle belle donne, dai facili amori, o dalle attrattive pudiche».

Verga si sente affascinato: A Milano si prova la febbre di fare; Milano è la città della modernità e del progresso ed è la più italiana d’Italia. Arricchisce le sue conoscenze; conduce anche una vita mondana e frequenta gli scapigliati (Tarchetti, Barrili, Betteloni, Pinchetti, Farina, Catalani per citare alcuni nomi), che si riunivano al caffè Savini; s’incontra con i conterranei (Onofrio, Farina, Auteri, Navarro della Miraglia, Scontrino, Avellone, ai quali si aggiungerà Capuana) ed entra in contatto con il prestigioso editore Treves[2].

Dopo Nedda (1874) e Vita dei Campi (1880), segue il capolavoro dei Malavoglia (1881). Lo stesso anno pubblica I dintorni di Milano[3]: una narrazione che mostra il procedere del suo viaggio fino alla conoscenza della città e delle zone limitrofe. Ecco l’incipit: «L'impressione che si riceve dall'aspetto del paesaggio prima d'arrivare a Milano, per quaranta o cinquanta chilometri di ferrovia, è malinconica. La pianura vi fugge dinanzi verso un orizzonte vago, segnato da interminabili file di gelsi e di olmi scapitozzati, uniformi, che non finiscono mai; cogli stessi fossati diritti fra due file di alberelli, colle medesime cascine sull'orlo della strada, in mezzo al verde pallido delle praterie. Verso sera, allorché sorge la nebbia, il sole tramonta senza pompa, e il paesaggio si vela di tristezza».

Dallo sguardo dinamico affiorano stati d’animo. La monotonia della pianura padana, desolata e nebbiosa, gli dà un senso di solitudine, ma è l’arrivo a  Milano a offrirgli ben altra impressione: «il vostro pensiero si rifugia frettoloso nella vita allegra della grande città, in mezzo alla folla che si pigia sui marciapiedi, davanti ai negozi risplendenti di gas, sotto la tettoia sonora della Galleria, nella luce elettrica del Gnocchi, nella fantasmagoria di uno spettacolo alla Scala, dove sboccia come in una serra calda la festa della luce, dei colori e delle belle donne».

Si sente invaso dalle correnti vitali della velocità e della mondanità e non gli sfugge il nascente capitalismo della prima rivoluzione industriale che trova la massima espressione nell’Esposizione Nazionale del 1881, data coincidente con la pubblicazione dei “Malavoglia”: «Tutte le sue bellezze, tutte le sue attrattive sono nella sua vita gaia ed operosa, nel risultato della sua attività industre»[4]. “Nondimeno il milanese ha la passione della campagna”: annotazione questa che gli consente una vivace descrizione del paesaggio campestre. Sono maggiormente i dintorni che l’entusiasmano: «Allora le strade melanconiche, i ciglioni intristiti, i quadrelli di verdura pallida formicolano di un'altra vita, risuonano di organetti, di chitarre, di allegria chiassosa e bonaria».

 

Che importa a Milano se non ha che 3 o 400 metri di passeggiata, da Porta Venezia al ponte della via Principe Umberto? I suoi equipaggi non sono splendidi quanto quelli della Riviera di Chiaja e delle Cascine? e la prima domenica di quaresima, quando il sole scintilla sugli arnesi lucenti, e sui colori delicati, per tutte quelle file di cocchi e di cavalli, in mezzo a quella folla elegante che formicola nei viali, col fondo maestoso di quelle Alpi ancora bianche di neve, il cielo trasparente e gli ippocastani già picchettati di verde, lo spettacolo non è bello? e quando il teatro alla Scala comincia ad essere troppo caldo anche per le spalle nude, e l'alba imbianca troppo presto sulle finestre delle sale da ballo, Milano non ha la sua Brianza per farvi trottare i suoi equipaggi? non ha i laghi per rovesciarvi la piena della sua vita elegante? non ha Varese per farvi correre i suoi cavalli? Le passeggiate e i dintorni di Milano sono un po' lontani, è vero, ma sono fra i più belli del mondo.

 

Forse perché il suo animo reca con sé la campagna siciliana, Verga si intrattiene di più a parlare dello spazio contadino, ritraendo scene deliziose fino a lasciarsi trasportare, dopo la malinconia provata alla Certosa di Pavia, dal fascino del lago di Como: «È come un sogno in mezzo a cui passate, e vi sfila dinanzi Villa d'Este elegante, Carate civettuolo, Torno severo, e Balbianello superbo. Poi come tutt'a un tratto vi si allarga dinanzi la Tremezzina quasi un riso di bella fanciulla, nell'ora in cui sulla Grigna digradano le ultime sfumature di un tramonto ricco di colori e Bellagio comincia a luccicare di fiammelle, e il ramo di Colico si fa smorto, di là di Varenna, e Lenno e San Giovanni vi mandano le prime squille dell'Avemaria, voi vi chinate sul parapetto a mirare le stelle che ad una ad una principiano a riflettersi sulla tranquilla superficie del lago, e appoggerete la fronte sulla mano sentendovi sorgere in petto del pari ad una ad una tutte le cose care e lontane che ci avete in cuore, e dalle quali non avreste voluto staccarvi mai».

Il sentimento suscitato dalla contemplazione è pressoché idillico, eppure riappare la nostalgia: la sicilianità insistente per essere immortalata nella poetica dei “Vinti”. L’evasione, fortemente avvertita, si muta nel ritorno: «E adesso che non si vedeva più né mare né campagna, sembrava che non ci fosse al mondo altro che Trezza» (I Malavoglia, cap. I). Struggente nostalgia che muove dalla lontananza: facendo affiorare le sue memorie, lo riporta alle origini ben resistenti dopo tanta immersione in un mondo in movimento, nonché nella galanteria dei salotti nobiliari.

Il recupero delle radici è memoriale e linguistico, scrive Vincenzo Consolo: «una lingua periferica in conflitto con la lingua centrale: conflitto da cui nasce la poesia, come dice Luigi Russo». Verga può pensare alla Sicilia stando a Milano come se da vicino i colori siano più sbiaditi: così egli scriveva nel 1878 a Capuana. Affermazione, rileva l’anzidetto scrittore di S. Agata di Militello (Messina), che si può accostare a un’altra di Nikolaj Gogol: «Io posso scrivere della Russia stando a Roma. Solo da lì essa si erge dinanzi in tutta la sua interezza, in tutta la sua vastità».

 

Federico Guastella

 

[1] G. Raya, Carteggio Verga-Capuana, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1984. Anche in Giovanna Finocchiaro Chimirri (a cura di), G. Verga, Lettere sparse, Bulzoni, Roma, 1980.

[2] Per l’approfondimento di come lo scrittore gestiva le sue giornate secondo un ritmo di vita abitudinario: N. Cappellani, Vita di Giovanni Verga, Le Monnier, Firenze, 1940.

[3] Apparso per la volta nel 1881, pubblicato dall’editore Ottimo nel volume Milano 1881, in occasione dell’Esposizione Nazionale tenutasi in quell’anno (La sezione intitolata La Vita, con scritti di Verga, di Capuana e di altri, è stata ripubblicata, a cura di C. Riccardi, da Sellerio, Palermo, 1991); poi, nel 1896, in un libro collettivo dal titolo Milano nella sua vita, nell’arte, nei suoi costumi e nell’industria, dove è compreso di Capuana il brano In Galleria. Verga ha anche scritto su Milano dodici novelle dal titolo Per le vie (Treves, 1883), tra cui Piazza della Scala. E c’è da dire che già la raccolta Primavera, edita da Brigola nell’ottobre 1876, aveva due novelle di ambiente milanese: X, storia di un incontro misterioso ad un veglione della Scala, ai limiti del paranormale (pubblicata per la prima volta nella Strenna Italiana – 1874 – dall’editore Ripamonte Carcano) e Primavera (apparsa nell’ “Illustrazione italiana” nel novembre 1875), che intitola la raccolta.

[4] Per l’approfondimento: V. Consolo, Verga a Milano, in Prospettive sui Malavoglia. Atti dell’incontro di studio della Società per lo studio della Modernità letteraria, Catania 17-18 febbraio 2006, a cura di Giuseppe Savoca e Antonio di Silvestro, Olschki, 2007.

Nelle immagini della gallery: Piazza Teatro La Scala, a Milano; Casa Museo a Catania...

 

Lo scopo di un'opera onesta è semplice e chiaro: far pensare. Far pensare il lettore, lui malgrado

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